The Medieval Review 17.10.23


Tavoni, Mirko. Qualche idea su Dante. Studi e ricerche, 698. Bologna: Società editrice il Mulino, 2015. pp. . ISBN: 978-88-15-25938-7 (paperback).



Reviewed by:


Beatrice Arduini
University of Washington
barduini@u.washington.edu

I contributi raccolti in questo volume riflettono le numerose linee di ricerca intraprese da Mirko Tavoni nello sforzo coerente di interpretare passi testuali poco chiari e delucidare le vicende biografiche di Dante in uno stretto dialogo "fra studiosi senza preconcetti, con mente aperta, col massimo impegno e senza sterili polemiche, ricercando la verità" (21). Lo studioso ha riunito infatti in questa sede alcuni saggi rielaborati e riscritti a nuovi risultati interpretativi che si avvalgono di una ricca documentazione, di metodi di ricerca razionali e strumenti diversi, quali il TLIO (Tesoro della Lingua Italiana delle Origini) e le concordanze elettroniche (DanteSearch), e soprattutto dell'apporto di svariate discipline, dalla filologia e la linguistica, alla storia della religione e dell'arte, dalla geografia alla storia politica.

I nove capitoli sono organizzati in tre parti che riflettono, con diversi approcci, sulla persuasiva proposta di una cesura negli ideali politici, culturali e poetici dell'autore del Convivio e del De vulgari eloquentia--che sono oggetto della prima parte, "Dante filosofo laico e teorico del volgare (1303-1306)"--e il poeta della Commedia, particolarmente dell'Inferno, la cui concezione viene presa in esame nella seconda parte, "Dante poeta politico e profetico (1307-1308)." I capitoli ottavo e nono, che costituiscono la terza e ultima parte del volume, confermano la netta separazione tra queste due tappe della storia intellettuale di Dante, fondandosi su argomenti testuali per esplorare l'uso e l'attribuzione del titolo di poeta, e la scelta del genere commedia come "cifra stilistica profonda" del poema sacro (335).

Le riflessioni proposte nei primi quattro capitoli si innestano sulle ricerche per il commento al De vulgari eloquentia curato da Tavoni per l'edizione delle Opere di Dante, diretta da Marco Santagata (Milano: Mondadori, I Meridiani, 2011), estendendosi però al Convivio, il trattato in volgare lasciato incompiuto da Dante negli stessi anni (1303-06). Il primo capitolo esplora le radici politiche dell'ideazione dei due trattati, come doppia reazione intellettuale, "l'uno in chiave di filosofia etico-politica" (il Convivio), "l'altro in chiave di filosofia del linguaggio" (il De vulgari) in relazione alle idee-guide di razionalità, di nobiltà e di Impero (27) e in virtù del nesso fra linguaggio e costruzione della società civile. Le motivazioni biografiche e politiche che presiedono all'invenzione dell'idea di lingua italiana rimangono al centro del secondo capitolo che approfondisce elementi della teoria linguistica annunciata nel De vulgari eloquentia. Come sottolinea Tavoni, la lingua italiana unitaria ancora inesistente che viene descritta nel trattato si differenzia dalle caratteristiche poi impresse nella lingua della Commedia. Lo studioso riflette sulle motivazioni biografiche, concettuali, filosofiche, politiche, e sulla carenza di informazioni fattuali che portano Dante a individuare il suo concetto di lingua italiana e di dinamica del cambiamento linguistico. La riflessione storica e militante sull'assetto politico della penisola italiana prosegue nel terzo capitolo con l'esame delle circostanze compositive e del pubblico ideale, indeterminato nel caso del De vulgari, e individuabile negli uomini, e donne, nobili, che hanno accolto il poeta nell'esilio, nel caso del Convivio. Per indagare gli ambienti sociali, culturali e politici di Verona e Bologna, e i contesti biografici e storici della stesura dei due trattati, Tavoni si avvale delle informazioni storiche raccolte da Umberto Carpi nel suo libro sulla nobiltà di Dante (2004) e nel volume postumo sull'Inferno dei guelfi e i principi del Purgatorio (2013). Le ricerche sulla biografia personale e politica di Dante nei primi anni dell'esilio proseguono nell'ultimo capitolo della prima parte: il IV capitolo propone una periodizzazione che separa, anziché sovrapporre, la composizione del Convivio e del De vulgari (1303-06) dalla stesura dell'Inferno (1307-08), e sottolinea l'importanza delle vicende biografiche di Dante per definire la complessa dinamica della concezioni politiche e dei sentimenti nei confronti di Firenze che vengono espressi nei due trattati e nella prima cantica della Commedia. In particolare, Tavoni colloca la concezione e la stesura del primo libro del Convivio (1303-04) nell'ambiente sociale, culturale e politico di Verona, città ghibellina sotto un regime signorile, e la scrittura dei due successivi libri del Convivio e dell'intero De vulgari nella guelfa e universitaria Bologna (1304-06). L'ideazione dell'Inferno si collega invece agli ambienti guelfi neri toscani, fra la Lunigiana di Moroello Malaspina, il Casentino dei conti Guidi di Dovadola e Lucca (1307-08). L'individuazione del pubblico nobiliare della penisola italiana come destinatario ideale del Convivio trova conferma nelle ricerche di Gianfranco Fioravanti e nell'indipendente convinzione di Tavoni che i due trattati siano stati scritti, in parte, a Bologna. In tale dinamica, è fondamentale individuare lo snodo nell'evoluzione delle idee politiche dantesche successive all'esilio problematizzando l'interpretazione della battaglia della Lastra (1304), l'ultimo disastroso tentativo dei guelfi bianchi fuoriusciti da Firenze, e dei loro alleati, di rientrare nella città toscana con le armi.

Un'acquisizione significativa di questo volume è infatti la ricostruzione storica del significato di questo evento nelle vicende biografiche di Dante. Invece di collegare il cambio di prospettiva politica del poeta, e la sua richiesta di perdono ai guelfi neri di Firenze, alla disfatta militare dei fuoriusciti bianchi, come suggerisce anche Carpi, Tavoni colloca il momento della definitiva separazione di Dante dai suoi compagni di esilio precedentemente, a una sanguinosa sconfitta subita dai Bianchi nel 1303, a cui fa seguito il trasferimento del poeta a Verona, alla corte di Bartolomeo della Scala. Questo spostamento, suggerisce Tavoni, non determina solo l'interesse e l'investimento di Dante nella vita civile delle città padane, e non di Firenze, ma anche la prospettiva esistenziale che colora la concezione del De vulgari e del Convivio, entrambi trattati legati all'idea imperiale e rispettivamente anti-, e a-, fiorentini.

La seconda parte del volume contiene risultati di approcci di ricerca interdisciplinari. Un precedente contributo (1994) sulle indagini sull'entità dei misteriosi battezzatori di Inferno XIX viene arricchito nel capitolo V da filoni differenti di studio che contribuiscono a delucidare il significato delle terzine, a partire dagli studi di storia dell'arte sul perduto fonte battesimale del san Giovanni, fino alle ricerche figurative sui manoscritti illustrati e i commenti alla Commedia, e all'interpretazione in chiave profetica del canto. Dante, sulla scia di correnti profetiche a lui contemporanee, reinterpreta e fa convergere nell'episodio della rottura del battezzatoio due profezie bibliche, una vetero- e una neo-testamentaria, presentandosi così come solo continuatore della profezia scritturale in una riscrittura creativa del testo biblico (215). Gli sviluppi più recenti della ricerca inoltre fanno luce sulla condanna dantesca dei papi simoniaci, e in particolare del "pastore sanza legge," Clemente V, che conferma la data del 1308 per la stesura del canto coerente con la prospettiva dantesca di nuovo "fiorentinocentrica e guelfa" (222). Il capitolo "Bologna nell'aldilà," indagando i riferimenti alla città dal De vulgari eloquentia all'Inferno, canto XXIII, riprende l'affermazione di Ezio Raimondi in occasione celebrazioni dantesche bolognesi del 1965 che dall'Inferno e dal Purgatorio si ricavano due immagini antitetiche della città. Tavoni si interroga sul rovesciamento di giudizio, intervenuto tra la stesura del De vulgari (1304-1305) e Inferno (1307-1308), e lo motiva con il radicale cambiamento di prospettiva esistenziale e politica che Dante attraversa nel 1306, determinato da eventi storici che toccano il poeta da vicino. L'indagine sulle vicende biografiche alla base della concezione e della stesura delle opere dantesche rappresenta una proficua costante nel volume e continua nel settimo capitolo, dedicato al rovesciamento, del giudizio dantesco su Guido da Montefeltro. A pochi anni di distanza, si assiste alla drammatizzazione poetica del passaggio del condottiero ghibellino da esempio di nobiltà fra gli Italiani nel IV libro del Convivio a consigliere fraudolento nel canto XXVII dell'Inferno. Questa logica si spiega, di nuovo, con la caduta del regime politico guelfo bianco che trasforma Bologna in un ambiente inospitale per l'esule Dante. L'incontro con i tanto disprezzati bolognesi Catalano dei Malavolti e Loderingo degli Andalò, frati gaudenti e falsi pacificatori (Inferno XXIII), offre a Dante l'occasione di esprimere un giudizio sul regime guelfo instaurato a Firenze dopo la battaglia di Benevento (1266), in modo complementare a quanto emerso dallo scambio con Farinata degli Uberti nel canto X. I riferimenti positivi alla città emiliana nel Purgatorio mantengono invece un tono positivo che testimonia l'ammirazione e il rispetto costante di Dante per l'ambiente artistico bolognese rappresentato dal padre poetico dello Stil Novo, Guido Guinizzelli (XXVI), e da figure quali Oderisi da Gubbio (operante a Bologna) e Franco Bolognese (XI).

Gli ultimi due capitoli di questo volume denso e aperto al dialogo tra gli studiosi contengono approfondimenti di contributi già pubblicati, dedicati al ruolo Dante come teorico della poesia nell'arco della sua carriera, tra 1293 e 1320. L'ottavo capitolo indaga gli usi danteschi della famiglia lessicale di poeta, in volgare e in latino, dalla Vita nova al Paradiso, per determinare chi per Dante merita questo titolo, grazie a un esame estensivo facilitato dalle concordanze elettroniche. In confronto alle occorrenze in autori precedenti, Tavoni rivela come Dante estende in modo rivoluzionario il nome di poeta anche ai rimatori volgari nelle opere composte prima della Commedia. Nel poema sacro invece Dante è attento a riservare questo titolo ai grandi poeti latini, e solo a sé stesso tra i moderni, in quanto autore di una nuova poesia profetica. Tale analisi interna ai testi conferma dunque la profonda cesura nella storia intellettuale di Dante, autore dei trattati da una parte e della Commedia, particolarmente dell'Inferno, dall'altra, come suggerito nei capitoli precedenti. Collegata alla ricerca sull'attribuzione del nome di poeta è l'analisi dell'incontro di Dante con la "bella scola" (Inferno IV 67-102), e in particolare del ruolo di "Orazio satiro" (v. 89) controverso data la diffusione dei vari accessus ad auctores fioriti nel medioevo intorno alla tradizione manoscritta degli autori classici, e oggetto degli studi di Zygmunt Baranski. Tavoni propone una convincente interpretazione del ruolo di Orazio come referente fondamentale di poetica nell'episodio di autolegittimazione dantesca nel limbo. Dante si richiama alle Satire di Orazio, e in particolare alla meta-letteraria satira IV del I libro, per definire la propria opera una comedìa indignata nei confronti del mondo contemporaneo, in contrapposizione alla tragedìa di Virgilio, in virtù dei caratteri dell'invettiva comica, "la poesia come denuncia militante della corruzione morale e politica [...] portato a fondo dal poeta con sprezzo dell'incolumità personale" (349) che riflette la cifra stilistica della Commedia secondo la missione affidata a Dante da Cacciaguida nelle terzine finali del canto XVII del Paradiso (vv. 124-142).



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