15.10.44, Noriega-Olmos, Aristotle's Psychology of Signification

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Luca Parisoli

The Medieval Review 15.10.44

Noriega-Olmos, Simon. Aristotle's Psychology of Signification. Beiträge zur Altertumskunde, 303. Berlin: De Gruyter, 2013. pp. x, 185. ISBN: 978-3-1102-87-653 (hardback).

Reviewed by:
Luca Parisoli
Università della Calabria
l.parisoli@libero.it

Il volume di Simon Noriega-Olmos è una rivisitazione della sua tesi di PhD presso il Princeton Classics Department: si tratta di un approccio minuzioso ed esaustivo ad una piccola porzione di uno dei testi che compongono l'Organon aristotelico, ossia al De interpretatione ed alle sue pagine nell'intervallo 16a3-18. Questa porzione del testo aristotelico è esaminata scendendo nei dettagli più svariati che la interessano, privilegiando le tematiche concettuali abbordate piuttosto che nell'intento di rendere un commento sistematico al De interpretatione, quello che l'autore chiamerebbe un running commentary. Si sviluppa così un fitto insieme di riferimenti ad altre opere aristoteliche, in particolare al De anima, stabilendo una correlazione annunciata dal titolo del volume di Noriega-Olmos tra il livello logico e il livello psicologico dell'analisi aristotelica.

La prospettiva dell'autore assume come tesi da criticare l'idea che il primo capitolo del De interpretatione sia un momento fondativo della teoria semantica, associando le formulazioni linguistiche prima agli stati mentali e poi agli oggetti. Questa idea storiografica, peraltro dominante nel panorama della ricerca accademica, intende gli oggetti come oggetti esterni all'individuo parlante, e gli stati mentali sono considerati in relazione di likeness con gli oggetti che ci circondano, rappresentazioni concepite sulla falsariga della fotografia. I contorni di questa tesi dominante hanno una genealogia illustre, sulla quale Noriega Olmos non si sofferma, dato che la sua prospettiva è di una rigorosa metodologia da antichista, associata ad una lucida critica ispirata alla filosofia analitica, di cui però egli non evoca direttamente la letteratura tipica. Questa genealogia illustre merita però di essere ricordata: essa trova il suo rappresentante simbolico in Descartes, nella sua innovazione nella concezione delle idee che per lui, si pensi alle immagini usate nel Discours de la méthode, si configurano praticamente ed esclusivamente come rappresentazioni (che oggi diremmo, come fa Noriega-Olmos, fotografiche); essa trova il suo primo critico radicale nel vescovo Berkeley, con il suo celebre argomento per cui l'idea di triangolo dovrebbe corrispondere a tanti triangoli diversi e questo sembra inconcepibile per un oggetto matematico--ma che è anche una forma triangolare negli oggetti esterni; essa continua ad essere rifiutata nella stigmatizzazione operata da Thomas Reid della way of ideas. Ma anche per chi voglia limitarsi strettamente al periodo della filosofia antica classica c'è un importante antecedente che pone in discussione la tesi degli stati mentali come rappresentazioni fotografiche (o quasi-fotografiche): si tratta della discussione platonica sullo statuto degli universali, tra somiglianza e partecipazione, tra la propensione per il meccanismo della somiglianza, la mimesis che è likeness, e la propensione per il meccanismo della partecipazione, che pare imporsi in opere come il Parmenide e il Sofista. Noriega-Olmos suggerisce (113-114) un paragone tra Fedro 250 A-B e il concetto aristotelico non rappresentazionale di omoioma, non quasi-fotografico e fondato invece sulla condivisione da parte di più oggetti di una caratteristica comune, in cui l'oggetto di cui predico linguisticamente significa l'aspetto formale degli oggetti esterni, e non in senso proprio gli oggetti esterni stessi (172). Il regno del linguaggio non dipende dal mondo esterno come da una condizione necessaria e sufficiente, in senso stretto il linguaggio ci parla dell'anima come insieme di stati mentali (132).

Questa illustre genealogia non viene tematizzata dall'autore, che si mantiene rigidamente nei confini di un commentario ad una porzione dell'opera di un solo filosofo; questo potrebbe, come del resto è ragionevole attendersi per una tesi di PhD, limitare il suo potenziale pubblico ad una ristrettissima cerchia di specialisti. In realtà, sebbene il volume si rivolga sempre e solo a degli specialisti, la loro cerchia non è così ristretta, poiché non solo gli specialisti di Aristotele, ma anche quelli di Platone possono trovarvi un contributo importante; e poi anche tutti coloro che si occupano di teoria degli universali e di teoria della mente nel contesto medievale, con particolare attenzione alla questione del rifiuto dell'idea che le idee siano solo rappresentazioni; ed infine anche chi si occupa di filosofia moderna e contemporanea trova una serie di argomentazioni aristoteliche che sono operative nelle attuali discussioni di filosofia del linguaggio e della mente. Il libro si propone così al tempo stesso come iper-specialistico e come rivolto ad un pubblico specialistico di filosofi uniti dall'attenzione verso una tematica che spazia dalla psicologia alla logica passando per l'ontologia, qualunque sia il periodo storico cui facciano principale riferimento.

Noriega-Olmos evoca quattro ragioni per ritenere che la teoria degli stati mentali come rappresentazioni fotografiche non sia uno strumento utile nella lettura di Aristotele: la prima evoca il lavoro di Ogden e Richards, un contributo chiave nella filosofia del linguaggio anglofona novecentesca; considera che il loro triangolo semiotico si può applicare ad Aristotele dando l'impressione che la sua psicologia semantica sia moderna; e conclude che questa sovrapposizione, invece di proporsi come una suggestione per l'efficacia dell'attribuzione ad Aristotele di una teoria rappresentazionale, dovrebbe invece metterci nel dubbio della validità di questa operazione storiografica, mi pare di capire perché spinti da un non fondato desiderio di modernizzazione dell'autore studiato visto come conforme al modello attuale. Si tratta di un'osservazione assai interessante da parte di Noriega-Olmos, e se la applichiamo ad un paragone con la posizione platonica ne potrebbe risultare un Platone non-rappresentazionale che è più vicino ad un Aristotele non-rappresentazionale di quanto si possa immaginare di primo acchito, e che ci fornisce una chiave storiografica per comprendere l'irenismo filosofico operata su Platone e Aristotele dal neo-platonismo in poi, particolarmente vitale in certi periodi della speculazione medievale--per esempio, nel XV secolo.

I due successivi rilievi mossi contro la tesi dominante pertengono all'interpretazione diretta del testo filosofico. Il secondo motivo di critica alla tesi dominante si concentra sulla retorica del primo capitolo del De interpretatione, considerato ellittico e denso, rispetto alla quale la tesi dominante si accomoda troppo rapidamente di una lettura che lo mette in conformità con il paradigma e trascura il fatto che certi termini chiave aristotelici--noema, pragma (che designa anche, ma non solo, gli oggetti esterni), proton (da prendere più nel senso di fondamentale o primordiale che in quello di precedenza d'ordine), omoiomata (che non è somiglianza rappresentazionale)--possono rivestire un significato specifico e capace di avvalorare una lettura non così ovviamente rappresentazionale. Su questa falsariga il foné, il suono vocalico, non è un suono in senso naturalistico, bensì una unità sonora che si relaziona ad un fatto cognitivo ed è utilizzato per la comunicazione: questo concetto base per comprendere le espressioni linguistiche non rinvia al nostro fonema, non ha un contenuto sensoriale-percettivo, è piuttosto una phantasia, frutto dell'attività intellettuale. Nelle pagine del De interpretatione il foné è comunque un pensiero, questa particolare specie di stato mentale che presuppone la phantasia. La lettura tommasiana di un pensiero vero, che è identico al suo oggetto, non è una ripresa di Aristotele, è un'innovazione medievale di Tommaso d'Aquino; a meno che la si intenda in senso non-rappresentazionale, dove l'identità è determinata solo dalla comunanza di una data forma.

Il terzo motivo di critica rimprovera all'approccio dominante di avere sottovaluto il rinvio al De anima III, 6--i riferimenti sono molti, dalla psicologia del suono fonetico, 420b27-421a1, sino a passi come 16a 8-9, più in generale 430a 26-28, 431b 21-23--che Aristotele formula nel primo capitolo del De interpretatione; in particolare, Noriega-Olmos accusa la tesi rappresentazionale di non avere compiuto uno sforzo ermeneutico capace di fare emergere il retroterra aristotelico di questo rinvio al De anima, la cui teoria cognitiva non solo è compatibile, bensì è proprio necessaria per comprendere l'economia del De interpretatione. In questo senso, il capitolo IV di Aristotle's Psychology of Signification è il cuore del volume stesso, in cui Noriega-Olmos costruisce e propone la sua chiave di lettura. Il triangolo semiotico di Ogden e Richards (118) può essere espulso da ogni lettura del De interpretatione poiché vi è una teoria del significato aristotelica completa e coerente che si propone come alternativa ad esso. In questo percorso analitico Noriega-Olmos si preoccupa di mostrare i punti deboli della diversa opzione di Enrico Berti, che considera invece la teoria cognitiva del De interpretatione non compatibile con quella del De anima: che si condivida o meno l'apparato di argomenti mossi da Noriega-Olmos contro Berti, un illustrissimo esperto del pensiero aristotelico, merita di essere sottolineata la sua attenzione nei confronti della storiografia filosofica italiana, che non si milita al solo Berti, ma si estende agli importanti contributi di Lo Piparo e Mignucci, senza dimenticare quelli di Sainati, Viano, Belardi, Montanari, Chiesa, Di Cesare, Gusmani, Manetti, e così via, senza pregiudizio per chi non viene citato e con una menzione per la teoria semiotica di Eco evocata da Noriega-Olmos.

Il quarto ed ultimo motivo di critica si propone ad un livello teoretico: quella rappresentazionale è una tesi filosofica (e non già solo storiografica) debole. Non si tratta del fatto che nessuno stato mentale sia una rappresentazione, bensì del fatto che ci sono stati mentali che non sono rappresentazioni: Noriega-Olmos accenna brevemente ai numeri, ai concetti etici, e non sviluppa ulteriormente questo punto. E' inutile dire che la discussione platonica sullo statuto delle Idee, delle Forme, venga subito in mente: esistono delle Forme, ma non di tutto si danno Forme, per esempio. Sappiamo che Aristotele si distanziò da Platone sulle Forme, ma sostenere che gli stati mentali non devono essere necessariamente rappresentazioni quasi-fotografiche degli oggetti esterni permette di procedere in un riavvicinamento sotto il segno della compatibilità (e non già dell'identità) tra la posizione platonica e quella aristotelica. Lo sguardo storiografico di lungo periodo non rientra negli scopi che si è dato Noriega-Olmos, resta il fatto che la sua analisi filosofica permette questo sguardo storiografico di lungo periodo e che pare assai utile per comprendere tutte le operazioni di compatibilità filosofica tra Aristotele e Platone. Penso per esempio a Giovanni Duns Scoto che riconosce con Aristotele che le Idee non sono necessarie per spiegare il fenomeno della generazione, ma che ritiene che questo argomento non costringa ad ammettere contro Platone che le Idee non si danno: un irenismo filosofico che si basa su una concezione non-rappresentazionale del nostro universo semantico.

Un'ultima osservazione finale: si comprende perfettamente che la prospettiva di Noriega-Olmos non sia prima facie in linea con una particolare attenzione alla logica formale, e che il suo contributo alla letteratura secondaria non sia pregiudicato da una cura ridotta non già verso l'approccio analitico, bensì verso l'aspetto logico-formale. Tuttavia, una prudenza di redazione maggiore avrebbe evitato di vergare ovvietà come quella per cui un operatore logico--nel caso la negazione--si deve applicare ad una variabile oppure ad una formula ben formata (74, n. 155). In effetti, è la definizione di operatore logico: questo nulla toglie al fatto che ci troviamo in presenza di un importante contributo alla storiografia aristotelica, che si estende a temi di filosofia pratica come la convenzionalità e la naturalezza attraverso un'accurata analisi della nozione di arbitrarietà (143-155) in opposizione alla posizione platonica sull'origine del linguaggio (158), e più in generale contribuisce alla storiografia filosofica, un contributo da cui si può anche dissentire, ma da cui non si può prescindere. La dimensione sociale del linguaggio sembra essere per Noriega-Olmos estranea agli interessi filosofici di Aristotele nel contesto della dialettica: se pensiamo alla linea che va da Thomas Reid a John Searle questo dovrebbe fissare tutta l'inattualità di una presupposta teoria semantica e pragmatica di Aristotele, che ci offre piuttosto una teoria dei contenuti cognitivi del linguaggio argomentativo. Vi è una sfida ermeneutica posta da Noriega-Olmos, una sfida che potrebbe portare a rivalutare gli argomenti di Enrico Berti; ma vi è anche una sfida teoretica, dato che l'asserita debolezza di una concezione rappresentazionale degli stati mentali non si identifica con una specifica strategia filosofica, bensì piuttosto con una famiglia di strategie filosofiche. I due livelli sono in relazione, ma anche separati: entrambi meritano l'attenzione del discorso filosofico.

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