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IUScholarWorks Journals
25.01.02 Barański, Zygmunt, and Heather Webb, eds. Dante’s “Vita Nova”: A Collaborative Reading.
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Apparsa nel 2023, ma progettata e portata avanti per un biennio negli anni del COVID e del lockdown, l’originale raccolta, che si sviluppa per più di 500 pagine, intende applicare alla Vita nova (o nuova? = VN) la tradizione e la struttura della lectura Dantis: centrifuga, ma potenzialmente aperta a ogni novità. Le letture dei singoli capitoli della VN--“perhaps the most mobile of Dante’s works, shifting back and forth in his editorial appearance...” (Cachey, 349, che ricorda le edizioni commentate di Carrai e Pirovano)--[1] nella classica partizione barbiana da I a XLII sono precedute e intervallate da brevi saggi di raccordo che introducono più capitoli collegati tra loro (per es. VN I-IV, V-XII, XIII-XVIII, XIX-XXIV ecc.). Letture e saggi sono affidati a una quarantina di autori, in prevalenza angloamericani e italiani, molti dei quali “early career researchers,” e tutti hanno svolto con impegno i compiti loro affidati.

Data l’età media dei contributori, non sorprende che soluzioni già agli atti almeno dagli anni Ottanta del secolo scorso, siano attribuite a studi più recenti o date per acquisite. Nasti (217)--che nota finemente come Dante introduca una digressione sulla prosopopea nel punto preciso in cui decide di rimpiazzare con la nuova poetica della caritas l’antiquata figura del “Lord of Love”--sottolinea la “Beatrice’s likeness (‘simiglianza’) to caritas,” ma salvo possibili retrodatazioni (la bibliografia dantesca è incontrollabile) il rilievo è già almeno in De Robertis, Libro della “Vita Nuova, 103, e in Vita nuova, De Robertis ed., nota a VN XXIV 5, dove si ricorda “la grande equazione giovannea (I Ioann., IV 8) “Deus charitas est”; per cui l’identità Beatrice-Cristo...è qui proposta esplicitamente attraverso il termine comune di Amore.” Leone (374) sottolinea la perfetta simmetria tra il latino che apre e chiude la VN, rinviando a Vita Nuova, Gorni ed. [2011], 1063, ma anche quest’osservazione è già in Vita nuova, De Robertis ed., nota a XLII 3: “questo libro, cominciato con la proposizione del titolo (‘Incipit vita nova’), si chiude con la formula scrittoria tradizionale di ringraziamento [sc. ‘qui est per omnia secula benedictus’]. Si tratta certo di minuzie, specie in confronto con la ricchezza dei dati e delle interpretazioni qui presentati, ma dato che (come sappiamo da molti secoli) siamo nani sulle spalle dei giganti, il silenzio sui grandi studiosi che ci hanno preceduti non sembra giusto né desiderabile.

Tra gli spunti a mio giudizio più condivisibili:

1) il ribadimento, sulla scia dei commentatori più autorevoli, del fatto che vita nova significa, come nella tradizione patristica e scolastica, “non solo una vita rinnovata dopo una conversione, bensí la vita nuova donata da Cristo, in qualunque momento della vita, ma in specie attraverso il battesimo” (Casadei, “Incipit vita nova”, cit. da Honess, 11);

2) l’insistenza sulla “circolarità” della VN, dove l’inizio del libello può essere visto come la fine del testo (Singleton, cit. in Leone, 377). Come nella Commedia, le parti finali sono, per così dire, il presupposto di quel che si racconta nel libro, ossia un nuovo inizio (Honess, 1; Cachey, 351-352; Leone, 372-377), ma anche il luogo dove la distanza tra il narratore e l’autore si azzera (“Dante auctor emerges free and clear...”: Cachey, 351);

3) la necessità di retrodatare la formazione filosofico-scientifica di Dante rispetto ai depistanti accenni autobiografici del Convivio (Gilson, 180-182; Nasti, 219; Cachey, 353);

4) il rilancio della tesi di Singleton secondo la quale fin dalla prima frase del cap. II (“la gloriosa donna della mia mente...”) chi legge può o almeno dovrebbe ricavare che Beatrice è già morta (Leone, 374, da integrare con Phillips-Robins, 266; e si potrebbe ricordare che, in italiano antico, glorioso è spesso attributo di Dio o della Vergine o in coppia sinonimica con beato, ma basta e avanza Ioan. XII 16 (“Haec non cognoverunt discipuli eius primum; sed quando glorificatus est Iesus, tunc recordati sunt...”: corsivi miei).

5) personalmente, pur sospendendo il giudizio sulla questione dell’autenticità dell’Ep. xiii, che oggi è di moda vilipendere, ritengo notevole, per quanto topico, anche il riscontro ricordato da Leone, 379-380, tra il già ricordato finale latino della Vita Nova e quello dell’epistola (“in ipso Deo terminatur tractatus, qui est benedictus in secula seculorum”). Si aggiunga l’affinità del contiguo e pure topico “Deo...cum sit Alfa et O, idest principio et finis” con l’ “alfa ed O” di Pd XXVI. E si dovrà notare anche che l’apparentemente incongruo tractatus riferito al poema(“in ipso Deo terminatur tractatus…”) trova un perfetto riscontro nell’uso volgare di Dante (hai trattato, tratterò ecc. sono termini tecnici per designare lo scrivere in versi: Pirovano, cit. in Lombardo, 197).

Non credo invece si possa sostenere che per Dante, come per Cavalcanti, “love is a ‘sustanzia intelligente’ [intelligent substance] as well as ‘uno accidente in sustanzia’ [accident in substance’]” (219). Il senso di tutta la digressione metapoetica di VN XXV è appunto giustificare con la licentia dei poeti personificazioni che vanno contro la scienza e il senso comune: e Amore, per Dante come per Cavalcanti, può essere solo un accidente. Dubito anche che, nella stessa pagina 219, “lettered poets” sia una buona traduzione del dantesco “litterati poete”: che significherà più precisamente “poeti in lingue regolate, artificiali, come la gramatica” [poets in regulated, artificial languages, such as gramatica]. Si veda su questo punto il cap. “Che cos’è la poesia? Chi è poeta?,” in Tavoni, Qualche idea su Dante, 295-334.

Se ho visto bene, mi pare inoltre che, come già negli studi del secolo scorso e nei commenti più recenti, manchi un adeguato scavo sui presupposti diciamo “culturali” della poetica della loda, per cui sarà necessario integrare De Robertis, Libro della “Vita Nuova, 119-120, perlustrando le fonti patristiche e san Tommaso. Segnalo, in mancanza di meglio, un passo dalle Enarrationes di Agostino e ne riporto un altro in modo meno risicato del consueto: Psal. XXV, 11 [ vers. 7] “Hoc enim sequitur, Ut audiam vocem laudis , et enarrem universa mirabilia tua. Quid est , Ut audiam vocem laudis ? Ut intelligam, inquit. [...] Ergo quid est audire vocem laudis? Dicam si potero, adjuvante misericordia Domini, et orationibus vestris. Audire vocem laudis, est intelligere intus, quia quidquid in te mali est de peccatis, tuum est; quidquid boni in justificationibus, Dei est. Ita audi vocem laudis, ut non te laudes et quando bonus es: nam laudando te bonum, fis malus; bonum enim te fecerat humilitas, malum te facit superbia” ecc. e Psal. XXXIX 4 [ vers. 4] “Et immisit in os meum canticum novum. Quod canticum novum? Hymnum Deo nostro. Dicebas forte hymnos diis alienis, veteres hymnos; quia vetus homo dicebat, non novus homo fiat: novus homo, dicat canticum novum: innovatus amet nova quibus renovatur. Nam quid antiquius Deo, qui est ante omnia, et sine fine, et sine initio? […] Laudans enim invocabo Dominum, et ab inimicis meis salvus ero (Psal. xvi, 4). Hymnus est enim canticum laudis. Laudans invoca, non reprehendens. Quando enim invocas Deum, ut premat inimicum tuum, quando de malo alieno gaudere vis, et ad hoc malum invocas Deum, participem eum facis malitiæ tuæ” (corsivi miei).

Noto infine che la stessa Leone (378) non manca di rilanciare il riscontro, segnalato da Barański, tra la novità del libello e un passo delle Enarrationes di s. Agostino (“Si habemus novam vitam, cantemus canticum novum, hymnum Deo nostro”). Mi permetto di integrare questo commento, ripescando dai molti passi agostiniani e vittorini in cui si riutilizza la formula scritturale “canticum novum” già segnalati da Roncaglia (1949) e De Robertis, Libro della Vita Nuova, 117-120, e ripresi dagli studiosi più recenti, lo strepitoso attacco di un testo, pare del vescovo Quodvultdeus di Cartagine, saturo di tessere agostiniane e che circolava spesso, adespoto, in raccolte di opere di Agostino, cioè il De cantico novo (PL 40): “...Omnis qui baptismum Christi desiderat, vitam novam concupiscit. Transeat ergo a vetustate, ut perveniat ad novitatem. Prius enim fuit testamentum vetus, canticum vetus, homo vetus: nunc autem testamentum novum, canticum novum, propter hominem novum. Demonstremus hoc quod dicimus testimoniis sanctarum Scripturarum. Jeremias propheta, Ecce, inquit, dies veniunt, dicit Dominus, et consummabo super domum Juda testamentum novum (Jerem. XXXI, 31). David quoque propheta, Deus, canticum novum cantabo tibi (Psal. CXLIII, 9): et iterum, Cantate Domino canticum novum (Psal. XCV, 1). Apostolus etiam Paulus, Exspoliantes, inquit, vos veterem hominem, induite novum (Coloss. III, 9, 10): et alibi,Vetera transierunt, ecce facta sunt nova (II Cor. V, 17). Quae vetera transierunt? quae facta sunt nova?” ecc. (corsivi miei; ma la citazione potrebbe essere molto più ampia).

Credo che i pochi punti che ho sfiorato fin qui siano sufficienti per riconoscere l’importanza della raccolta progettata e curata da Barański e Webb, che si raccomanda--per la ricchezza dei dati e la molteplicità degli approcci e dei punti di vista - come un sussidio prezioso per affrontare adeguatamente, nel nuovo millennio, la complessità del prosimetro dantesco.

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Note:

1. Qui e in seguito, i saggi contenuti nel libro sono citati per cognome e numero di pagina; quelli presenti nella bibliografia sono citati invece, come nel libro, con il cognome seguito dal titolo abbreviato.