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23.12.04 Colore (trans.), La caduta di Acri 1291

23.12.04 Colore (trans.), La caduta di Acri 1291


Le date sono come la schiuma della storia. Così, George Duby nel suo indimenticabile La domenica di Bouvines, nel quale egli prendeva a pretesto quel grande evento per indagarne principalmente il contesto e la memoria, ponendo le basi per quel “ritorno dell’avvenimento”--su basi tutt’altro che evenemenziali--che andava progressivamente imponendosi nel panorama storiografico europeo, e non solo. Oggi, possiamo tranquillamente dire che d’avvenimenti v’è ancora bisogno; ch’essi rappresentano, al contempo, il punto culminante di sommovimenti talvolta molto lontani e il punto di partenza di situazioni nuove. Ma, certo, l’avvenimento rimane pur sempre la schiuma, la “pointe de l’iceberg,” per citare Jacques Le Goff, di qualcosa di più profondo, talvolta d’impercettibile. È in quest’ottica, dunque, ch’è possibile rileggere avvenimenti importanti: vere e proprie cesure della storia. Tra di essi, il 1291 rappresenta per molti versi una data-chiave. Il 18 maggio di quell’anno, a seguito di un rovinoso assedio, Acri, la capitale del regno crociato di Gerusalemme, cadeva sotto i colpi d’un giovane ma ambizioso sultano mamelucco, seguita dieci giorni dopo dal castelletto templare, fulcro dell’estrema difesa cittadina. Dopo quasi due secoli, la presenza crociata in Terrasanta cessava d’esistere. Ben inteso: quella di Outremer--così era chiamato dai contemporanei il complesso di stati fondati dai crociati al termine della prima crociata--era stata una morte annunciata. Il paese soffriva da tempo di parecchi mali cronici, dovuti essenzialmente alla mancanza d’unità interna, a rivalità diffuse e all’esistenza di numerose spinte autonomistiche; situazione, questa, inasprita dalla debolezza della monarchia, la quale, per gran parte del secolo, era stata appannaggio del gentil sesso (e, dunque, di chi fosso stato in grado d’impalmare la regina di turno) o di sovrani minorenni, bisognosi di reggenza, prima che la corona passasse alla causa di Hoenstaufen, da un lato, a quella angioina, dall’altro, ai Lusignano, dall’altro ancora, dando avvio a una contesa destinata a durare nel tempo.

Ma sulla perdita della Terrasanta da parte del mondo cristiano pesarono motivazioni ben più profonde: culturali, religiose, economiche. In questa sede mi limiterò a dare uno sguardo ad alcune considerazioni che potremmo definire “geopolitiche,” senza dubbio le più evidenti. I regni crociati rappresentavano, infatti, soltanto un tassello del complesso mondo vicino-orientale, che vedeva scontrarsi potenze di ben altro peso--quella mongola e quella mamelucca--desiderose d’imporre il proprio controllo sul litorale siro-palestinese: per i Mongoli, gli stati crociati costituivano, oltre che un potenziale bacino di raccolta di tributi, un comodo corridoio per raggiungere il Nilo e le sue ricchezze; per i Mamelucchi, invece, non rappresentavano altro che uno “stato-cuscinetto,” funzionale per attutire l’avanzata dei popoli delle steppe verso sud. A partire dalla seconda metà del Duecento, dunque, Outremer si trovò al centro d’un complicato Great Game euro-asiatico-mediterraneo che ne avrebbe decretato la rovina. Il 3 settembre del 1260, Mongoli e Mamelucchi erano giunti allo scontro nei pressi di ‘Ayn Jālūt--“le sorgenti di Golia” –, a sud-est di Acri, nuova capitale del regno di Gerusalemme, dopo che, nel 1187, Gerusalemme era caduta. Si trattò d’una battaglia sanguinosa--entrambi gli eserciti sono valutati tra i 10.000 e i 20.000 uomini –, che vide i Mamelucchi vincitori. Fu a seguito di questo scontro che un giovane comandante mamelucco, un certo Baybars, distintosi per il proprio coraggio, riuscì a prendere il potere. A lui si deve l’abbrivio d’un’azione sistematica a danno di Outremer, volta a debellare del tutto la presenza latina sulla costa siro-palestinese. Per far fronte alla minaccia mongola, il nuovo sultano aveva bisogno, infatti, di muoversi liberamente tra i propri domini siro-egiziani. Gli stati crociati rappresentavano un problema, e, tra di essi, soprattutto il principato di Antiochia, tributario dei Mongoli. Nell’arco d’un decennio, questi sarebbe riuscito a sottomettere buona parte del territorio costiero, Antiochia compresa, preparando la strada alla definitiva sottomissione della regione.

Vicende ben note, si dirà, la ricostruzione delle quali, tuttavia, ha appassionato pochi studiosi. La stessa caduta di Acri, portata a termine dal sultano al-Ashraf, figlio di Qalāwūn, che, con successo, era riuscito a portare avanti, fra tregue e paci separate, la politica di Baybars, è stata, a lungo, minimizzata. Secondo Sylvia Schein, ad esempio, la perdita della Terrasanta sarebbe stata avvertita alla stregua d’un “rovescio di fortuna,” ancorché doloroso, incapace di generare nuove idee rispetto a quanto già prefigurato nel corso del secondo concilio di Lione. In realtà--è quanto ho avuto modo di mostrare altrove--lo shock causato dalla sconfitta militare non solo funse da acceleratore di processi in corso--è il caso, ad esempio, della preferenza per il “passagium particulare,” e, cioè̀, per l’invio di piccole, circostanziate spedizioni, condotte da professionisti della guerra, capaci di preparare il terreno al “passagium generale”--ma contribuì a ridefinire il ruolo stesso della Terrasanta nell’ambito dell’orizzonte cristiano. Siamo di fronte, in effetti, a un evento dalle notevoli ripercussioni. Non mi riferisco unicamente al rinnovato assetto geopolitico dell’area vicino-orientale, bensì alla riflessione scaturita in seno alla Cristianità circa le motivazioni della sconfitta, accompagnata da un corollario di accuse dirette verso i principali protagonisti della vicenda: il papato, reo di aver abbandonato la Terrasanta a sé stessa, le città marinare, colpevoli d’aver anteposto il proprio tornaconto al bene comune, gli ordini militari, accusati d’aver ricercato l’accordo col nemico, gli acritani stessi, persi nei loro vizi. La nostra comprensione dell’evento è mediata, infatti, dall’esistenza d’un’amplissima varietà di testimonianze: profezie, trattati, ricordi, lettere, appelli, accordi commerciali, relazioni. Un patrimonio inestimabile, che consente di farsi un’idea piuttosto accurata della molteplicità di reazioni possibili, accomunato, tuttavia, da aspetti ricorrenti: sia gli appelli papali, sia i primi “excitatoria,” sia i molteplici trattati “de recuperatione Terre Sancte” redatti nel trentennio posteriore alla caduta--circa una trentina--possiedono, infatti, toni eminentemente pratici, rifuggendo da particolari spiegazioni teologiche.

È solo questo parzialmente il caso dei due più antichi resoconti della vicenda, redatti entro la fine del 1291. Mi riferisco all’Ystoria de desolatione et conculcatione civitatis Acconensis et tocius Terre Sancte di Taddeo di Napoli, conclusa nel mese di dicembre, e all’anonimo Excidii Aconis gestorum collectio, grossomodo coevo, che, assieme alla Cronaca del Templare di Tiro, di matrice cipriota, forniscono un quadro vivido dell’impatto suscitato dalla caduta. Di questi testi ha fornita, ora, una traduzione italiana Andrea Colore, dottorando in Cultural Heritage Studies. Texts, Writings, Images presso l’Università degli Studi “Gabriele D’Annunzio” di Chieti-Pescara, nell’ambito della collana Corpus Christianorum in Translation (42), edita da Brepols, la cui editio princeps era stata pubblicata nel 2004, a cura di Robert B. C. Huygens, nella collana Corpus Christianorum Continuatio Mediavevalis (202) col titolo Excidii Aconis gestorum collectio; Ystoria de desolatione et conculcatione civitatis Acconensis et tocius Terre Sancte. Il pregio del volume sta nel fornire al lettore italiano, oltre che un’introduzione aggiornata alla bibliografia più recente sull’argomento e un testo godibile e sorvegliato, una serie di correttivi basati sulle lezioni segnalate dall’editore, i quali, oltre a denotare capacità di lettura e intelligenza del testo, contribuiscono alla comprensione. Non è possibile, qui, elencare una per una le occorrenze individuate. Basti sapere che sono molte. Siamo di fronte, in sostanza, a un commento accurato del lavoro di Huygens, che, sebbene non giustifichi, la messa in opera d’una nuova edizione, e nemmeno d’un’edizione aggiornata o emendata, risulta assai utile per interpretare meglio singoli passaggi. Egli riporta, altresì--anche se in maniera ridotta--l’appendice presente nell’edizione originale, a cura di David Nicolle, dedicata al lessico della guerra, cui ne aggiunge un’altra dedicata agli Ordini militari, ispirata ad alcune note di Alan Forey che l’editore aveva sparso nel testo. Assai utile, ad esempio, la tabella comparativa riportante i gradi militari interni agli Ordini principali.

Si conferma, a ogni modo, la funzione squisitamente propagandistica delle opere analizzate. L’obiettivo è quello di rispondere alle accuse mosse al papato, temperando il motivo del “nostris peccatis exigentibus,” non più sufficiente per spiegare la situazione, con la presentazione delle cause materiali del disastro. Si tratta, in effetti, di testi ampiamente debitori degli appelli papali dei mesi immediatamente precedenti, benché derivati, per la parte descrittiva dell’assedio, da qualche testimone oculare. Taddeo, in particolare, prende spunto dalla Dire amaritudinis per costruire un testo impregnato di retorica, redatto in forma epistolare, rivolto “universis Christi fidelibus.” Il suo intento è quello di spingere la Cristianità a una pacificazione interna, necessaria per procedere alla riconquista della Terrasanta. Il testo, a ogni modo, non è esente di toni apocalittici. A suo dire, la Cristianità non aveva prestato ascolto ai segni dei tempi, preannunciati dai profeti, preferendo attardarsi nei propri conflitti. Per questo, la Provvidenza aveva disposto d’infliggerle un tale dolore. Richiamandosi alle Collationes in Hexaemeron di Bonaventura, egli colloca la perdita della Terrasanta al principio della settima era della Chiesa: il tempo della tribolazione, dominato dall’Anticristo, a seguito del quale, Satana sarebbe stato sconfitto. La perdita della Terrasanta, dunque, doveva ritenersi transitoria. Eppure, la crociata andava organizzata, così d’accelerare i tempi. Il tenore dell’Excidium non è dissimile, benché presenti proprie peculiarità. L’autore--circa il quale nulla è noto se non il forte spirito anti-aristocratico che ne permea la prosa--oltre a ricordare i peccati dei Cristiani, si concentra sulle cause materiali, si sofferma a lungo sulle cause materiali; e, dunque, sulla debolezza delle classi dirigenti, culminata in una difesa disorganizzata. L’intento è quello di esortare i credenti a vendicare l’affronto. In questo senso, ci troviamo di fronte a un vero excitatorium, volto a scuotere le coscienze. L’egoismo, l’ambizione, l’indifferenza, l’ipocrisia, la brama di denaro, l’amore per il lusso: questi sarebbero stati gli ostacoli che avrebbero permesso ai Saraceni di conquistare Acri. Bisognava agire in fretta, e organizzare una nuova, vittoriosa grande crociata (“communs passages”), al termine della quale “Gerusalemme verrà onorata e il Santo Sepolcro glorificato.”

Non sappiamo se il testo provenga da un ambiente recante istanze antigerarchiche e millenaristiche quale poteva essere quello di certe frange del minoritismo di allora. E ciò, nonostante alcuni manoscritti del De excidio siano accompagnati da una versione della cosiddetta “visione di Tripoli.” Tale associazione è, senza dubbio, significativa; anche se l’opera non risente di particolari istanze millenaristiche. Al pari dell’Ystoria di Taddeo essa mostra bene, a ogni modo, l’orizzonte all’interno del quale un evento traumatico quale la perdita di Acri poteva trovare significazione, caratterizzato dalla mescolanza tra immanenza e trascendenza, tra finalità politiche, tensioni sociali e tentativo di accedere al piano divino mediante l’analisi dei significati cosmici del fatto in sé. Istanze, queste, amplificate da una serie di commentatori, il cui rapporto con le due opere non è stato, ancora, individuato. Se qualche cronista si limita a registrare la notizia, molti sono coloro che si interrogano sui motivi d’un così grave smacco per la Cristianità, richiamandosi generalmente al motivo del “nostris peccatis exigentibus”: inserendo, cioè, la crisi acritana all’interno d’un quadro provvidenziale. Diversi testi, ad esempio, accentuano l’aspetto censorio. A essere stigmatizzato è il degrado morale dei cittadini di Acri, dediti a ogni forma di frivolezze. Non meno condannata è la rivalità tra i mercanti delle città marinare italiane, colpevoli d’aver perseguito i propri interessi commerciali, e fra Templari e Ospitalieri, accusati d’aver perseguito i propri interessi, come mostrava la reiterata conclusione di paci e tregue separate col nemico: posizione, questa, rivelatrice, invece, d’una certa ignoranza dell’equilibristica politica orientale. Qualcheduno si spinge sino ad accusare d’inerzia i principali regnanti europei, ai quali, del resto, era preclusa la possibilità di dichiarare l’esaurimento di qualsivoglia interesse di natura politica per la difesa della Terrasanta. Perfino il papato non è esente da recriminazioni, per aver drenato uomini e fondi destinati originariamente alla Terrasanta per la guerra in corso tra Angioini e Aragonesi.

Il posizionamento dell’Excidium e dell’opera di Taddeo di Napoli nell’ambito di questa vasta letteratura è, ormai, piuttosto chiaro. L’auspicio è che la traduzione di Colore possa spingere nuove generazioni di studiosi--ormai, sempre più in difficoltà con un testo latino--a riconsiderare questi e altri testi. Ma non è soltanto questo il pregio dell’opera. Se, infatti, da un punto di vista meramente didattico, l’operazione può dirsi assolutamente meritoria, le correzioni ch’egli apporta risultano utili allo specialista per riconsiderare passaggi oscuri o poco chiari in merito a una vicenda di cui poco era noto ma che rappresenta, a tutti gli effetti, una plaque tornante della storia mediterranea due-trecentesca.