The Medieval Review 17.06.01


Lanza, Lidia. Ei autem qui de politia considerat … Aristotele nel pensiero politico medievale. Textes et Etudes du Moyen Âge, 71. Madrid: Fédération Internationale des Instituts d'Études Médiévales, 2013. pp. 305. €49.00 (paperback). ISBN: 978-2-503-55127-2 (paperback).



Reviewed by:


Luca Parisoli
Università della Calabria
l.parisoli@libero.it

Lidia Lanza ripropone in questo volume una serie di saggi già apparsi in precedenza, avendo cura di armonizzarli tra di loro per realizzare un testo che effettivamente si presenta come unitario e armonico. L'oggetto privilegiato sono i commenti medievali apposti alla Politica di Aristotele, tra i quali l'autrice si è particolarmente interessata dello Scriptum super libros Politicorum di Pietro d'Auvergne--ma non solo, cui ha consacrato un ulteriore saggio apparso successivamente a questo volume, dal titolo "The 'Scriptum super III-VIII libros Politicorum': Some Episodes of its Fortune
until the Early Renaissance," apparso nel volume collettivo Peter of Auvergne. University Master of the 13th Century (de Gruyter, 2015). (L'autrice stessa rinvia a questo suo lavoro nel testo che recensisco, con un'incongruenza di date che certo dipende dall'effettiva data di stampa dei suoi due lavori.) Insieme a Marco Toste, con cui collabora anche all'edizione critica dei testi, l'autrice ha curato una serie di pagine web dedicate proprio a Pietro d'Auvergne, in cui tutta l'opera di questo autore medievale è ampiamente documentata, come solido strumento di lavoro per nuove ricerche su di lui (http://www.paleography.unifr.ch/petrus_de_alvernia/). Anche a questo indirizzo non risulta ancora pubblicata l'edizione critica dello Scriptum che l'autrice annuncia nel testo.

Lidia Lanza insiste molto sull'approccio rigorosamente filosofico di Pietro d'Auvergne al testo aristotelico. Egli, che dedicò due commenti alla Politica tra fine XIII secolo e inizio XIV secolo, decise di attenersi ai soli elementi strettamente naturali nella sua ermeneutica: l'intento dell'autrice è di sottolineare che la pur inevitabile intrusione in un filosofo cristiano degli elementi della sua specifica antropologia, per esempio il peccato originale, trovano una dimensione contenuta in Pietro d'Auvergne, almeno più contenuta che in san Tommaso, e che quindi Pietro può essere considerato sì un pensatore di taglia per il suo apporto personale, ma che comunque non piega il testo aristotelico alle esigenze di una diversa visione--rivelata--del mondo. Pietro è il continuatore del commento di san Tommaso d'Aquino, ma è il punto di riferimento di tutta la tradizione successiva: Walter Burley lo riporta tanto estesamente da divenire con la sua propria opera un veicolo di diffusione del commento di Pietro d'Auvergne, e per tutto il Medioevo e oltre gli autori passano sempre per Pietro d'Auvergne, dalla struttura formale dell'analisi sino alla sua dimensione semantica, per confrontarsi con il testo aristotelico. Tanto Pietro d'Auvergne insiste sullo statuto scientifico del discorso politico--e Lidia Lanza lo ricollega in questo all'approccio di san Tommaso--tanto Egidio Romano insiste sulla sua dimensione persuasiva che non può pretendere di attingere alla verità senza ricorso a fonti epistemiche esterne: per Egidio la Politica si installa rapidamente in un registro narrativo che preclude ogni conclusione genuinamente scientifica. Forse è in gioco, aggiungo io, la perdita di quella fiducia radicale che prima san Tommaso, poi Pietro d'Auvergne, nutrivano nella possibilità di seguire il più possibile il testo aristotelico senza contraddire l'antropologia cristiana. Pietro d'Auvergne si considerava innanzitutto un commentatore, e come tale non poteva omettere nessuna parte del testo aristotelico, neppure quando come nei libri IV e V della Politica i riferimenti alle relazioni politiche contemporanee ad Aristotele potrebbero spingere a disattendere una riproposizione di situazioni oramai prive di oggetto. Questo materiale fa comunque parte della strategia argomentativa aristotelica, e come tale svolge il ruolo argomentativo dell'esemplificazione.

Vi sono punti problematici nella ricostruzione dei rapporti tra san Tommaso e Pietro d'Auvergne: per esempio, a pp. 43-44, Lidia Lanza afferma che san Tommaso sostiene la necessità della legge umana per una società politica, e quindi Tommaso assicura allo stato la sua autonomia. Si tratta di un'opzione ermeneutica legittima, basata su una distinzione tra il buon cittadino (colui che obbedisce alle leggi civili, dette anche positive) e l'uomo buono (colui che obbedisce alle leggi morali, dette anche naturali); e sull'affermazione che la legge umana può prescrivere che ci si comporti conformemente alla giustizia, ma non può prescrivere la giustizia. Se da un lato si sente riecheggiare la tesi di Michel Villey per cui in san Tommaso lo ius istanzia un decisivo primato sulla lex, e la tesi è persuasiva, dall'altro l'affermazione dell'autonomia dello stato come posizione tommasiana è problematica: se la legge ingiusta non realizza la condizione genuina di legge, se insomma è una legge solo prima facie, la distinzione tra buon cittadino e uomo buono fa apparire san Tommaso quasi-hobbesiano, esito senz'altro non voluto da Lidia Lanza. Mi pare che l'unica soluzione attraente sia quella di ridimensionare drasticamente questa affermazione attribuita a san Tommaso dell'autonomia dello stato: la stessa Lidia Lanza mi pare farlo a p. 109, in cui sostiene che il finis civitatis sia desumibile dal finis hominis. In ogni caso, queste dissonanze che rimandano ad approcci storiografici alternativi non tolgono nulla all'analisi attenta e determinata che l'autrice conduce sul testo di Pietro d'Auvergne.

Il volume si completa di una ricognizione della ricezione della tematica del fine dell'uomo in alcuni commentari del XIII secolo--vi è chi esclude che la vita contemplativa permetta il conseguimento della felicità, tutti commentano a partire dal quadro di riferimento dell'etica cristiana ovviamente estranea ad Aristotele; di una ricognizione sulla letteratura sullo stato in Francia tra XIII e XIV secolo; sulla concezione del tiranno, specie in Giovanni di Salisbury e san Tommaso, in cui emerge ancora come Lidia Lanza privilegi una lettura radicalmente naturalistica (che per lei sembra anche voler dire senza apporti preponderanti e sovrastanti dell'antropologia cristiana) dell'approccio di san Tommaso e Pietro d'Auvergne alla Politica; sul conflitto e la sua risoluzione; sulla crematistica, in cui la diffidenza strutturale di Aristotele verso il piccolo commerciante si muta in una accondiscendenza dei suoi commentatori; ed infine si conclude con un saggio dedicato al De regimine principum di Egidio Romano, in cui all'interno di una rassegna rigorosa del pensiero di Egidio è affrontato il tema della genesi della comunità, con tutta la problematica di una naturalità che giunga ad escludere un posto peraltro inevitabile del peccato originale nella stessa argomentazione filosofica.

Questa raccolta si presenta come un importante contributo che si impone alla lettura di tutti coloro che si occupano di storia del pensiero politico, in una prospettiva coerentemente perseguita per tutto il corso delle pagine che realizzano questo bel volume.



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