15.12.09, Palma, Savoring Power

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Francesca Pucci Donati

The Medieval Review 15.12.09

Palma, Pina. Savoring Power, Consuming the Times: The Metaphors of Food in Medieval and Renaissance Italian Literature. Notre Dame, IN: University of Notre Dame Press, 2013. pp. xii, 428. ISBN: 978-0-268-03839-7 (hardback).

Reviewed by:
Francesca Pucci Donati
Unversity of Bologna
francesca.pucci@unibo.it

Il volume di Pina Palma presenta l'analisi di una serie di opere della letteratura italiana medievale e della prima età moderna, centrata sul cibo e sulle diverse implicazioni che esso comporta: dalla rappresentazione dei rapporti di potere fra i gruppi sociali alla valutazione etica delle relazioni e dei comportamenti umani. Si tratta di cinque testi fondamentali nella costruzione della lingua italiana fra Trecento e Cinquecento, in cui l'autrice dimostra, a ragione, quanto il cibo abbia un ruolo determinante nello svolgimento degli intrecci e nella descrizione dei personaggi. Tali opere sono il Decameron di Giovanni Boccaccio, il Morgante di Luigi Pulci, l'Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo, l'Orlando furioso di Ludovico Ariosto, e il Ragionamento di Pietro Aretino. Se le novelle trecentesche di Boccaccio pongono le basi per una riflessione sul cibo quale indicatore di civiltà, di costumi, di moralità, di pratiche e rituali, gli autori successivi--Pulci e Boiardo nel Quattrocento, Ariosto e Aretino nel Cinquecento--proseguono questo discorso impiegando la metafora alimentare per illustrare le diverse connessioni fra la natura umana e il potere. La scelta di alcuni classici della letteratura italiana permette all'autrice di delineare un quadro interessante circa gli elementi di continuità e di cambiamento della cultura alimentare italiana nel passaggio dal pieno e tardo medioevo al Rinascimento, epoca decisiva per la costituzione di un canone linguistico dai contorni definiti, nonché di una civiltà delle buone maniere che riguarda il mangiare al pari del parlare e dello scrivere.

Il cibo, riflette Palma, è l'emblema della trasformazione della natura in cultura, un linguaggio che varia a seconda delle civiltà e delle culture in cui è prodotto, preparato, imbandito. Ribadendo il concetto di cibo come cultura, l'autrice riconduce il proprio lavoro in un filone storiografico europeo, focalizzato sullo studio della storia dell'alimentazione e della cultura alimentare. La stessa bibliografia citata dall'autrice rivela l'attenzione per questo ambito di indagine, dove le fonti letterarie costituiscono una risorsa documentaria inesauribile e sempre nuova. Il cibo non è soltanto fonte di vita e di sostentamento dell'uomo, ma strumento di cultura, attorno al quale si condensano valori etici ed estetici che orientano le azioni e comportamenti in società. Boccaccio utilizza la metafora del cibo per spiegare i rapporti fra il mondo dei potenti e quello di coloro che ne sono privi. Intrinsecamente legate a queste tensioni sono le pulsioni profonde dell'uomo, quali l'appetito per le cose materiali e il desiderio sessuale. L'autrice inquadra queste tematiche presentate da Boccaccio e i quesiti fondamentali che ne scaturiscono nell'ambito del pensiero filosofico greco, che rimanda a Platone, ma che trova risonanza nell'Antico Testamento, in particolare nel Genesi, oltre che nei pensatori tardo antichi e medievali, quali Sant'Agostino e San Tommaso d'Aquino. Nel proemio al Decameron, afferma Palma, Boccaccio rivela la propria familiarità con la tradizione teologica cristiana; la descrizione stessa dei giovani che dirigono le singole giornate risponde alla rappresentazione dei comportamenti umani rispetto all'etica cristiana. Se Pampinea, per esempio, simboleggia la ragione e non uno strumento di corruzione per l'uomo, Dioneo incarna invece la sensualità e i piaceri. Il pasto e la convivialità diventano spesso l'espediente narrativo per raccontare appetiti e desideri mal riposti. È il caso della novella sulla marchesa di Monferrato che, ospitando il re di Francia in assenza del marito partito, rifiuta cortesemente le attenzioni di questi offrendogli soltanto galline. Palma ricorda, a commento dell'episodio, la tradizione filosofica cui fa riferimento Boccaccio, ovvero l'agostiana definizione di piacere carnale, ma anche quella sostenuta da Andrea Capellano nel suo De amore, ben lontana dall'amor cortese. La studiosa tesse sapientemente una rete di rimandi letterari, filosofici e religiosi medievali o antichi intorno all'opera del Boccaccio, che consentono al lettore di mettere meglio a fuoco gli strumenti intellettuali di cui l'autore del Decameron faceva uso e la tradizione testuale e di pensiero di cui era intriso.

L'universo delle problematiche connesse al cibo--in prima istanza, l'eterna antitesi fra fame e abbondanza--e la critica dell'etica attraverso la metafora alimentare si riscontra anche in altri autori italiani dei secoli successivi. Luigi Pulci descrive nel Morgante numerose scene, dove i banchetti e i pasti hanno la medesima importanza delle avventure dei cavalieri e costituiscono spesso i nodi di svolta dell'intreccio narrativo. Il cibo nel Morgante ha la funzione di collegare la finzione con la realtà, osserva l'autrice, rievocando l'analisi di Illidio Bussani. Nel poema epico di Pulci il cibo diventa uno strumento per rappresentare in maniera critica le manovre politiche e gli intrighi personali di cui l'autore stesso era testimone alla corte dei Medici. "With raw irony, and through a web of subtle metaphoric meanings, the poet also uses food to expose the tumultuous philosophical, political, social, and cultural currents defining his times. To be sure, the abundant meals his knights and giants consume reveal the tattered texture of the chivalric society that regulates court life," afferma Palma. In un'epoca di transizione Pulci tratteggia un quadro del sistema di corte e dei suoi valori, rimasto ancorato a modelli oramai desueti. Nondimeno, oltre alla rappresentazione scenica del banchetto, anche il parlare di cibo può rivestire un significato chiave nello svolgimento del racconto. Costituisce un esempio in questo senso l'episodio del secondo canto in cui Orlando e Morgante giungono in un palazzo magnifico, che trovano deserto e il cavaliere esprime a voce il suo timore di essere caduti nel tranello dei saraceni e di rischiare di finire ben presto "al boccon come ranocchi." L'autrice analizza approfonditamente questo modo di dire utilizzato da Pulci: Orlando imprigionato come un ranocchio è colui che inconsapevolmente diventa prigioniero di un sistema di costumi e di valori, ma soprattutto di rapporti di forza, che per l'appunto subisce anziché scegliere di condividere. In proposito l'autrice suggerisce che questa metafora alimentare richiama un'altra figura di rilievo arrivata presso la corte dei Medici nel 1457, ovvero l'umanista e letterato Bartolomeo Sacchi detto Platina. A quell'epoca Pulci frequentava la cerchia di Lucrezia Tornabuoni, la quale introdusse Platina al figlio Lorenzo, di cui il poeta divenne amico stretto. Tale contiguità di rapporti ha indotto l'autrice a ipotizzare che Pulci dovesse conoscere Platina e la sua opera, il De honesta voluptate et valetudine, pubblicata a Roma nel 1470. Pina Palma descrive il testo di Platina e il concetto di piacere e di salute intimamente legati alla preparazione del cibo, soffermandosi in particolare su un piatto a base di rane, la cui esplicazione evocherebbe le parole di Orlando. Simili metafore alimentari si riscontrano anche in scrittori italiani successivi, come per esempio Matteo Maria Boiardo, autore, come è noto, del poema in ottave Orlando innamorato in cui il cibo "as a sociopolitical metaphor lends itself quite naturally to being a tool shaping social identity." Boiardo illustra le scene di banchetto prendendo spunto probabilmente da quelli cui aveva partecipato, come il banchetto del 1473 organizzato dal nipote di Sisto VI Giuliano della Rovere e Pietro Riario per accogliere Eleonora d'Aragona a Roma. Già nel primo canto l'autore dell'Orlando innamorato presenta un convivio dal significato profondamente politico: Carlo Magno organizza un banchetto in occasione della festa della Pentecoste a cui prendono parte tutti i cavalieri. Risulta evidente dal racconto dell'autore che Carlo Magno ostenta consapevolmente la propria forza politica e militare cui tutti devono sottostare. Si tratta di un tema--quello del banchetto di corte nel medioevo--ampiamente indagato ed esaminato dagli studiosi di storia dell'alimentazione. Pina Palma, alludendo spesso alla contiguità fra rappresentazione del potere e rappresentazione del cibo si inserisce in questo filone critico, secondo il quale le buone maniere, la teatralità e la gerarchia della tavola sono elementi fondamentali per comprendere i valori, le credenze e le pratiche culinarie e gastronomiche di una civiltà. Intorno alle opere sopracitate, di cui si è portato soltanto qualche esempio, Pina Palma elabora un discorso sul cibo e tesse un quadro di riferimenti culturali a testi filosofici, letterari, religiosi, gastronomici coevi o precedenti di qualche secolo, se non addirittura antichi, che suggeriscono letture e quesiti inediti su classici quali Boccaccio, Pulci, Boiardo, Ariosto, e Aretino.

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